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16.6.10

Cannes a Milano 2010


Tre soli giorni, ma sfruttati al massimo, con solido impegno stakanovista, guardandomi tutto ciò che c'era a disposizione, anche se in effetti non era poi tantissimo: tre per tre, nove visioni. Fra cui però anche qualche premio, tipo la Palma d'oro. Palma d'oro che non mi è piaciuta molto e mi ha anzi spaccato davvero tanto le palle, nonostante quel fascino bizzarro delle cinematografie lontane, esotiche e con gli uomini scimmia pelosi dagli occhi rossi. D'altra parte non lo scopro certo oggi che io e Tim Burton siamo ormai di sensibilità piuttosto diversa.

Un Certain Régard
Chatroom (Gran Bretagna)
di Hideo Nakata
con Aaron Johnson, Imogen Poots, Matthew Beard

Vai a vedere il nuovo film di Hideo Nakata, che è pur sempre il regista del primo Ringu (certo, anche del secondo Ring), e un pochino sei curioso. Poi scopri che è una produzione inglese, quindi magari un po' più indipendente e libera dallo smarronamento dei produttori hollywoodiani, e ti cresce pure la fiducia. Poi guardi la prima mezzoretta e, seppur i segnali di catastrofe imminente si accumulino uno dietro l'altro, ti compiaci delle scelte di regia assai riuscite con cui viene messo in scena il molesto atto del chattare. Purtroppo, però, Chatroom non è un cortometraggio da venti minuti. Purtroppo va avanti e diventa il solito tremendo filmetto horror giovanile, con un cattivo squallido e dannato, uno sviluppo scontatissimo e un agghiacciante crollo finale nel patetico. Pazienza.

Quinzaine des Réalisateurs
All Good Children (Irlanda/Francia)
di Alicia Duffy
con Jack Gleeson, David Wilmot, Kate Duchène, Thierry Waseige

Un film per ragazzini in cui dei ragazzini si comportano da ragazzini facendo cose che hanno davvero poco senso. Sconclusionato e un po' ridicolo, con una svolta da film verità sanguinario del giovedì sera su Rete 4 e un taglio pretenzioso-poetico da Peter Jackson dei poverissimi, fondamentalmente brutto.

Quinzaine des Réalisateurs
Boxing Gym (USA)
di Frederick Wiseman

Un documentario dedicato a una palestra di pugilato nel profondo Texas, che non racconta una storia o un tema particolare, ma si limita a mostrare brani di giornate trascorse in quel luogo. Allenamenti, chiacchiere, gente che tira pugni, gente che si rilassa, personalità esposte al sole, manifesti che raccontano vite, Richard Garriot che si sistema i guanti e si prepara all'allenamento con addosso la maglietta di Lineage 2. Cose così, teoricamente noiosissime, all'atto pratico ipnotiche e affascinanti.

Quinzaine des Réalisateurs
La casa muda (Uruguay)
di Gustavo Hernández
con Florencia Colucci, Gustavo Alonso, Abel Tripaldi

Ci sono film, tipo quello con quell'attore pelato, che puntano tantissimo sul colpo di scena finale, ma sono costruiti talmente bene da funzionare alla perfezione ed essere spettacolari anche da guardare una seconda volta per andare a scovare tutti i piccoli dettagli, tutti gli indizi e tutti i modi in cui le cose tornano senza contraddizioni. Poi ci sono film, tipo quello con la rossa, che funzionano più o meno allo stesso modo, ma insomma, il colpo di scena alla fine è girato in maniera un po' pacchiana e ti fa cadere le braccia. Ci sono anche film in cui il colpo di scena stona un po', e in retrospettiva non è che torni esattamente tutto alla perfezione. E, magari, il colpo di scena in sé fa un po' schifo. Tipo quell'altro film là francese con l'assassino. E poi ci sono film che ti prendono per il culo. Quelli in cui il colpo di scena sbugiarda tutto quello che ti è stato detto e fatto vedere fino a quel punto, perché tanto si può fare, no? E lì, insomma, un po' ti incazzi. Al punto che ti passa pure la voglia di apprezzare la bella tecnica con cui un racconto fatto di soli stereotipi horror viene assemblato a colpi di interminabili piani sequenza. Gustosi, affabulanti, seducenti. Ma che ti stavano prendendo per il culo.

Selezione ufficiale - Concorso
Another Year (GB)
di Mike Leigh
con Jim Broadbent, Imelda Staunton, David Bradley
Menzione della giuria ecumenica

Mike Leigh sa fare soprattutto due cose: tirare fuori il meglio possibile dal materiale umano che si mette nelle sue mani e raccontare l'umanità media brit pop. Qui, mentre enuclea stagione per stagione un'annata di semplice e normale vita, le fa entrambe in maniera mirabile, con attori splendidamente naturali e un fantastico gusto per la drammatica normalità quotidiana. In più, questo e il Mike Leigh che preferisco, quello che sa anche far ridere e non si limita a seppellire la platea di lacrime. Quello che rende l'amarezza ancora più tosta, proprio perché accompagnata da un sorriso agrodolce, amarognolo, stiracchiato e pieno di crepe.

Selezione ufficiale - Concorso
Degli uomini e degli dei (Francia)
di Xavier Beauvois
con Lambert Wilson, Michael Lonsdale, Jacques Herlin

Gran premio della giuria
Premio della giuria ecumenica

La storia vera di un monastero di monaci benedettini in Algeria, in cui dei coraggiosi frati missionari affrontano la minaccia di gruppi fondamentalisti per portare avanti ciò in cui credono. Interessante, molto ben diretto e interpretato, lento come una passeggiata nella melassa.

Selezione ufficiale - Concorso
Uncle Boonmee Who Can Recall His Past Lives (Tailandia)
di Apichatpong Weerasethakul
con Sakda Kaewbuadee, Jenjira Pongpas

Palma d'Oro

Son passati un po' di anni, dall'ultima volta che mi han tirato sui coglioni una mattonata di questa violenza.

Bergamo Film Meeting
Bright Star (Australia)
di Jane Campion
con Abbie Cornish, Ben Whishaw, Paul Schneider

Via il dente, via il dolore: Bright Star è un bel film. Delicato, elegante, intenso, con giusto qualche punta di eccessiva maniera qua e là e un finalaccio un po' così, ma che riesce a raccontarti delle vicende amorose di John Keats senza dover per forza fare il film su John Keats che senti che musica incalzante e guarda che scena madre pazzesca e assapora quanto genio incompreso in quelle parole e commuoviti dai forza commuoviti ascolta la musica la senti che sale la senti come sale sta crescendo ti prende dai cazzo lo sai che ti prende piangi PER DIO PIANGI. Ecco, no, Bright Star queste cosacce brutte non le fa, anche quando ti vuole far innamorare assieme ai due protagonisti, pure quando ti vuole far preoccupare per il loro destino, perfino quando è il momento di commuoversi sui minuti finali. Bravi attori, bella sceneggiatura e tanti bei momenti, soprattutto nella maniera molto riuscita con cui viene raccontato il tenero corteggiamento.

Bergamo Film Meeting
Thomas (Finlandia)
di Miika Soini
con Lasse Pöysti, Mauri Heikkilä, Visa Koiso-Kanttila, Pentti Siimes
Primo premio

Il cinema finlandese è adorabile perché ti butta lì melodramma lancinante e commedia spiazzante in quella maniera surreale, caratteristica, bionda e irresistibile. Thomas è un film così, un po' simpatico e sbarazzino, che inizia facendoti ridere come uno scemo della morte di un vecchio, va avanti raccontandoti l'assordante malinconia del fratello sopravvissuto e ti trascina fino alla fine con addosso un sorriso un po' spento e triste. Ridacchiando, fino in fondo. Anche quando ti viene da piangere.

Mi son lamentato tanto, ma alla fine ho visto nove film, uno in più dell'anno scorso. Buttali. Nota di colore: all'Apollo, durante la proiezione di
Bright Star, da circa metà film in poi il proiettore è impazzito e la messa a fuoco continuava ad andare a mignotte. “Non ci possiamo fare niente, dovete guardarvelo così”. gg

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